Legionellosi: una patologia sempre presente e in costante crescita

Se confrontati con le drammatiche statistiche del COVID, i dati epidemiologici relativi alla Legionellosi possono sembrare non preoccupanti, in realtà non è affatto così.

I casi registrati nel 2018 (dato più recente messo a disposizione dall’Istituto Superiore di Sanità) sono stati quasi 3000, con un incremento del 45% rispetto al 2017 e addirittura del 300% rispetto al 2011, quando i casi registrati erano stati poco più di 1000.
È da notare che, purtroppo, i dati forniti dall’ISS rappresentano molto probabilmente soltanto la punta dell’iceberg, dato che questa patologia risulta ancora sotto diagnosticata o spesso confusa con la normale polmonite. Ricordiamo inoltre che l’indice di mortalità è intorno al 10%, ciò significa che, se contiamo i soli casi registrati negli ultimi 20 anni, si sono verificati più di 2000 decessi a causa della Legionella.

Ciò che colpisce è l’aumento esponenziale dei casi registrati negli ultimi anni, fenomeno che impone una riflessione sulle possibili cause.
Da un lato, questo fatto si può spiegare con il miglioramento delle procedure di segnalazione e di diagnosi, e ciò potrebbe essere un segnale positivo, anche se ciò sarebbe un’ulteriore prova che i casi registrati negli anni passati sono stati sottostimati, e di molto.
D’altro canto, l’aumento dei casi potrebbe essere legato a fattori come il progressivo invecchiamento della popolazione, l’aumento del numero di persone affette da altre patologie e il cambiamento del nostro stile di vita che ci porta a viaggiare sempre di più.  Innanzitutto, dovremmo considerare che, anno dopo anno, gli impianti di climatizzazione e idrosanitari diventano sempre più a rischio, in quanto soggetti ad una naturale usura e, soprattutto, se non sono sottoposti ad un’adeguata manutenzione. Pensiamo, ad esempio, a quelle che possono essere le condizioni di impianto a servizio di un ospedale o di un hotel costruito 30 o 40 anni fa.

Tra i tanti effetti negativi collaterali causati dall’emergenza COVID, non è peraltro da sottovalutare proprio quello legato al rischio Legionella dovuto alla chiusura di molte attività, in particolare nel settore alberghiero. Il conseguente fermo degli impianti di climatizzazione e idrosanitari ha infatti portato al verificarsi di condizioni molto pericolose per quanto riguarda sia la temperatura dell’acqua sia il suo ristagno all’interno di circuiti e apparecchiature, entrambi fattori decisivi per la colonizzazione del batterio.

Come è a tutti noto, negli impianti HVAC i componenti da tenere sotto controllo sono le torri di raffreddamento e le Unità di Trattamento Aria ed è di queste ultime che vogliamo parlare in questa sede per evidenziare quali siano i punti critici e le soluzioni da adottare per il controllo del rischio.
In caso di aspirazione di aria esterna, contaminata dal batterio, le UTA rappresentano un componente a rischio in quanto possono diventare un luogo di proliferazione in punti ove vi sia presenza di acqua stagnante, il che può verificarsi sia nelle bacinelle per la raccolta della condensa della batteria fredda sia nelle sezioni di umidificazione, se presente. In fase di progettazione e di gestione risulta quindi necessario adottare una serie di accorgimenti per evitare tali condizioni.
Per la progettazione delle UTA, ai fini della prevenzione batterica, oltre alle indicazioni contenute nelle Linee Guida del 2015, è necessario fare riferimento alla norma UNI EN 13053 “Ventilazione degli edifici – Unità di trattamento dell’aria. Classificazioni e prestazioni per le unità, i componenti e le sezioni”.

Le parti riportate di seguito sono liberamente tratte dal libro di Luca Stefanutti “La Legionella negli impianti – Guida tecnica per la prevenzione e il controllo”, appena pubblicato dall’editore Tecniche Nuove.

PRESA DELL’ARIA ESTERNA
Il primo e più importante criterio da seguire è quello di controllare il rischio di aspirazione di aria esterna contaminata, condizione che può verificarsi in presenza di torri di raffreddamento oppure di bacini naturali (laghi, fiumi) oppure artificiali (fontane) nelle immediate vicinanze. È da notare che, in alcuni casi di epidemie di legionellosi, è stato appurato che i flussi d’aria contaminata hanno percorso distanze anche di alcuni chilometri.
Risulta quindi necessario adottare una serie di precauzioni relative al posizionamento delle prese dell’aria esterna e delle Unità di Trattamento Aria.

Se l’impianto è dotato di torri di raffreddamento o condensatori evaporativi, le prese d’aria devono essere ubicate a un’idonea distanza da questi, non inferiore a 20 metri o, preferibilmente, a 50 metri in presenza di venti prevalenti (Linee Guida 2015).
Onde evitare di aspirare aria contenente gocce di pioggia, un’altra importante precauzione consiste nel dimensionare le griglie di presa dell’aria esterna per velocità non superiori a 2 m/s e nel dotarle di efficaci sistemi parapioggia. Queste misure evitano il rischio di ingresso di acqua all’interno dell’impianto che può causare presenza di pericolosi ristagni.

FILTRI
La configurazione standard delle UTA prevede un filtro a tasche con efficienza ISO ePM1 50% (preceduto da un prefiltro grossolano) ubicato all’ingresso dell’aria da trattare, quindi a monte di tutte le altre sezioni di trattamento. Per garantire un più elevato livello di qualità dell’aria, è tuttavia consigliabile installarlo a valle di tutti i componenti, compreso il ventilatore di mandata e il silenziatore. Ciò consente di realizzare la filtrazione di eventuali batteri che possano essersi formati all’interno della UTA, e delle eventuali fughe d’aria esterna attraverso i giunti delle varie sezioni. In accordo con tale approccio, nell’appendice A.3 della norma UNI EN 13779 si prevede che, nei casi in cui sia previsto un solo stadio di filtrazione, il filtro dovrebbe essere collocato dopo il ventilatore, mentre in presenza di due o più stadi di filtrazione, il primo filtro andrebbe collocato a monte delle sezioni di trattamento dell’aria, il secondo a valle.

BATTERIA DI RAFFREDDAMENTO E DEUMIDIFICAZIONE
Per quanto riguarda la sezione di raffreddamento, i luoghi dove maggiormente possono proliferare microrganismi e muffe sono la superficie alettata della batteria (che deve essere accessibile per la pulizia) e la vasca di raccolta della condensa. Questa deve essere dotata della dovuta inclinazione per garantire lo scarico dell’acqua senza ristagni ed essere realizzata con materiale non soggetto a corrosione (lamiera zincata e bitumata, alluminio, acciaio inossidabile).
All’arresto del ventilatore della UTA deve essere previsto lo svuotamento totale della vasca per evitare il rischio di sviluppo di batteri nell’acqua stagnante.

SILENZIATORI
I silenziatori posti sulla mandata dell’aria sono del tipo a setti fonoassorbenti, realizzati solitamente in fibra di vetro. Per evitare il deposito di polvere e contaminanti risulta quindi necessario prevedere sempre l’impiego di membrane protettive.  In caso di posizionamento dei silenziatori a valle di umidificatori, si raccomanda di osservare le distanze minime consigliate dai costruttori al fine di evitare la formazione di condensa.

SISTEMI DI UMIDIFICAZIONE
Per l’umidificazione dell’aria è possibile utilizzare sistemi a vapore oppure ad acqua.
L’umidificazione a vapore, diffuso mediante distributori disposti all’interno della UTA oppure dei canali dell’aria, rappresenta il sistema ottimale per la prevenzione in quanto il vapore non veicola batteri e svolge un’azione di shock termico grazie alle alte temperature alle quali esso è prodotto.
La produzione del vapore si ottiene con apparecchi di tipo autonomo (a gas, ad elettrodi immersi, a resistenze elettriche) oppure utilizzando il vapore proveniente da una rete di distribuzione (ad esempio nelle strutture ospedaliere), sia direttamente oppure mediante scambiatori vapore/vapore.
L’unica precauzione da adottare con questi sistemi è quella relativa alla corretta diffusione del vapore che deve essere effettuata mediante apparecchi opportunamente selezionati e installati in modo da evitare la formazione di condensa sulle pareti interne della UTA e dei canali.
L’umidificazione di tipo adiabatico con acqua viene invece realizzata con umidificatori a evaporazione (detti anche a pacco bagnato) oppure a nebulizzazione, ottenuta con ugelli a bassa o alta pressione oppure con aria compressa.
Gli umidificatori a nebulizzazione necessitano l’uso di acqua demineralizzata per evitare che gli ugelli si intasino e che il pulviscolo di calcare possa essere trascinato a valle nei canali ed in ambiente.
Dato l’impiego di acqua sono più esposti al rischio di crescita batterica e per la loro costruzione e gestione devono essere considerate le raccomandazioni contenute in normative e linee guida.

Secondo le Linee Guida 2015 non è consentito l’utilizzo di sistemi di umidificazione che possono determinare ristagni d’acqua e si sconsiglia l’uso di umidificatori con ricircolo d’acqua interno all’UTA.
La norma UNI EN 13053 prescrive che la sezione di umidificazione abbia una lunghezza sufficiente per evitare la caduta di gocce d’acqua sui componenti a valle dell’umidificatore, e/o che siano previsti separatori di gocce. E’ inoltre consigliato l’impiego di lampade UV.
Riguardo alla finitura superficiale dell’alloggiamento dell’umidificatore e ai dettagli costruttivi, la norma UNI EN 13053 prevede le seguenti prescrizioni:

  • costruzione in acciaio inox per interno o alluminio anticorrosivo o fibra di vetro con rivestimento plastico;
  • bacinella di raccolta acqua con tutti i lati inclinati;
  • dispositivo di protezione contro il funzionamento a secco della pompa;
  • dispositivo di drenaggio automatico e asciugatura della vasca a ogni spegnimento del ventilatore;
  • dispositivo automatico di spurgo e rimozione di impurità;
  • alloggiamento interno stagno.

Quando si valuta la scelta di impiegare umidificatori adiabatici sono da tenere in considerazione in particolare le prescrizioni relative alla gestione, con interventi di ispezione, pulizia e disinfezione, e il controllo periodico non solo del pacco di scambio o degli ugelli ma soprattutto della qualità dell’acqua, con una frequenza che deve essere stabilita dalla valutazione del rischio.

In particolare si ricorda che il paragrafo 7 della norma UNI EN 13053 riporta una serie di requisiti in materia di igiene per applicazioni standard e di alta qualità dei diversi componenti delle UTA.

I requisiti per applicazioni standard relativi agli umidificatori prescrivono quanto segue:

  • deve essere utilizzata solo acqua di umidificazione contenente batteri in concentrazione non nociva alla salute;
  • il valore massimo ammissibile di batteri è 106 CFU/L (CFU sta per “unità formanti colonie”), tuttavia l’impianto andrebbe controllato e pulito già a partire da 103 CFU/L;
  • deve essere nominato un responsabile della manutenzione e dell’ispezione degli impianti di umidificazione. Tutte le misure devono essere registrate;
  • devono essere disponibili ed essere seguite le istruzioni per la manutenzione fornite dal fabbricante;
  • gli intervalli di pulizia e manutenzione devono essere determinati secondo la reale esperienza di esercizio, ad esempio in base ad analisi periodiche dell’acqua e a controlli visivi (accumulo di impurità);
  • per gli umidificatori che usano acqua di ricircolo, è preferibile svuotare completamente la bacinella piuttosto che prevedere uno spurgo continuo;
  • durante la pulizia, dopo aver rimosso le impurità accumulatesi, possono essere usati disinfettanti, che però non devono essere immessi nell’aria dei locali mediante il processo di umidificazione;
  • per gli umidificatori ad evaporazione sono raccomandati un regolare lavaggio ed il trattamento con raggi ultravioletti.

Risulta quindi chiaro che l’umidificazione ad acqua, seppure tecnicamente possibile, presenta oneri gestionali molto elevati, senza considerare gli elevati rischi derivanti da una non corretta manutenzione e conduzione.

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