Se bastasse un buon progetto…

Parafrasando la celebre canzone di Eros, è purtroppo innegabile che anche il migliore dei progetti di un impianto di climatizzazione non è sufficiente a garantire un buon risultato finale. E neppure lo è una corretta installazione.

Dove casca l’asino? Quasi sempre nella fase di collaudo e verifica e, soprattutto, in quella di manutenzione e gestione.

Per quale motivo il livello di qualità di un’opera segue una curva discendente nel corso del tempo, dal progetto fino all’utilizzo? Forse per un deficit culturale degli addetti ai lavori? O perché si riduce il rischio di responsabilità legali a carico dei singoli? O, ancora, perché mancano i controlli nella fase di gestione?

Purtroppo le conseguenze di questo pressapochismo e lassismo possono essere drammatiche. Pensiamo ad esempio al fenomeno delle infezioni nosocomiali aerotrasportate che possono essere causate proprio da un cattivo funzionamento degli impianti HVAC.

Quella delle infezioni contratte nelle strutture sanitarie è una vera e propria emergenza, un flagello che, secondo gli ultimi dati forniti dallo European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), avrebbe causato lo scorso anno in Italia 7.800 decessi. La probabilità di contrarre infezioni durante un ricovero ospedaliero è del 6% pari a 530 mila casi ogni anno: dati che pongono il nostro paese all’ultimo posto in Europa.

Le infezioni correlate all’assistenza (ICA), oltre a rappresentare un onere elevatissimo in termini di vite umane, comportano anche un costo astronomico: il trattamento di una singola infezione va dai 5 ai 9 mila euro e in Europa il costo totale è stimato attorno ai 7 miliardi di euro all’anno.

Eppure i riferimenti normativi e legislativi non mancano per quanto riguarda le attività di verifica delle prestazioni degli impianti. Inoltre progettisti e committenti non possono più ignorare l’utilità di strumenti come il commissioning, che si sta finalmente diffondendo anche nel nostro paese grazie ai protocolli di certificazione della sostenibilità, come il LEED, anche se finora limitatamente agli impianti per edifici direzionali.

Per l’edilizia ospedaliera un riferimento imprescindibile è invece rappresentato dalla norma UNI 11425 dedicata agli impianti VCCC (Ventilazione e Condizionamento a Contaminazione Controllata) a servizio delle sale operatorie. Essa dedica infatti un’intera sezione alle procedure di qualifica, nella quale sono descritte le prove e le verifiche necessarie a valutare la rispondenza delle caratteristiche tecniche, funzionali e prestazionali dell’impianto alle specifiche di progetto, alle normative e alle linee guida applicabili.

La qualifica più importante, e più trascurata, è quella prestazionale, che deve accertare che l’impianto funzioni come previsto attraverso verifiche delle procedure operative adottate (di uso e di manutenzione) e del raggiungimento delle caratteristiche prestazionali previste a livello di ambiente. Le attività di qualifica devono essere svolte in base a protocolli e procedure approvate e riproducibili, l’esito deve essere documentato, datato e sottoscritto dall’esecutore e la documentazione prodotta deve risultare completa, tracciabile e coerente con le specifiche di progetto.

Nota bene: secondo la norma le verifiche devono essere svolte in condizioni simulate di funzionamento operativo, e non a riposo (at Rest)!

L’altro anello debole della catena è costituito, come si è detto, dalla fase di utilizzo di un edificio o di un impianto. Una criticità che spesso emerge deriva infatti dal fatto di sopravalutare le potenzialità di un sistema di trattamento dell’aria, che diventa invece una fonte di contaminazione se non è oggetto di un’adeguata manutenzione. Il fattore umano incide invece in modo determinante sul mantenimento delle prestazioni di un impianto. La criticità è ovviamente ancora più rilevante per gli ambienti dove è necessario garantire elevati livelli di sterilità, come le sale operatorie. In questo caso, oltre alla manutenzione entrano in gioco le buone norme comportamentali che il personale coinvolto nell’attività chirurgica deve rispettare sia nella preparazione e pulizia (e sanitizzazione) dell’ambiente prima di ogni intervento chirurgico, sia durante e dopo l’intervento.

Proprio gli aspetti comportamentali del personale sono i principali fattori che incidono maggiormente nella possibile insorgenza di infezioni post operatorie.

Esiste una ricetta per affrontare il problema? La soluzione dipende una serie di fattori, tra i quali l’aspetto culturale è forse quello più importante. È quindi necessario che tutti gli operatori della filiera (costruttori, progettisti, installatori, gestori, committenti, associazioni di categoria) acquisiscano una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’aggiornamento tecnico, che dovrebbe essere perseguito secondo modalità diverse e più specifiche rispetto all’attuale sistema dei crediti professionali oggi in vigore, in modo da creare una nuova categoria di figure specializzate nella verifica e nella gestione degli impianti.

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