Tanti soldi…da spendere bene!

Dopo una maratona di quattro giorni e quattro notti di intensi negoziati, il 21 luglio scorso i Ventisette hanno finalmente trovato un accordo sul prossimo bilancio della Comunità Europea al quale è associato un pacchetto del valore complessivo di 750 miliardi di euro per sostenere la ripresa post-Covid. Per il nostro paese si tratta di una grande opportunità, ma si pone anche un bel problema: come spendere i 208,8 miliardi di euro (81,4 tramite sussidi a fondo perduto e 127,4 di prestiti) che ci verranno concessi?

Con cifre di questa entità si possono fare tante cose, possibilmente puntando su quei provvedimenti che consentano di eliminare i problemi cronici di cui soffre il nostro Paese e che, contestualmente, facciano crescere il Pil. Questa volta l’Italia non può infatti sbagliare i conti dato che i prestiti andranno restituiti già a partire dal 2026.

È da notare che la scelta degli investimenti risulta fondamentale dato che entro settembre/ottobre il nostro Governo dovrà spiegare in modo credibile alla Commissione europea quali misure intende intraprendere, che in ogni caso dovranno rispettare in particolare le politiche per la sostenibilità ambientale e la digitalizzazione.

In realtà un Programma Nazionale di Riforma esiste già, essendo stato approvato dal Consiglio dei ministri il 6 luglio e consultabile nel sito del ministero dell’Economia. Leggendo il documento è possibile comprendere come il governo intenda fare leva sul rilancio degli investimenti pubblici, concentrandosi su aree di intervento quali le reti di telecomunicazione e di trasporto, la green economy e la protezione dell’ambiente, e sulla spesa pubblica per la ricerca e per l’istruzione, in modo da arrivare nei prossimi tre anni almeno al livello della media europea, visto che a oggi l’Italia è l’ultimo in classifica per spesa nell’istruzione pubblica. Nel piano è inoltre presente l’obiettivo di un investimento a medio-lungo termine per potenziare il settore sanitario, come pure il rilancio di settori strategici come il turismo e lo spettacolo, l’edilizia, la produzione di energia, la siderurgia e l’attenuazione del rischio idrogeologico.

Risulta evidente come tutti questi diversi settori di intervento sono tra loro direttamente collegati: il rilancio dell’edilizia passa infatti attraverso un piano nazionale per la riqualificazione degli immobili e delle infrastrutture destinate alla sanità e all’istruzione, adottando naturalmente criteri progettuali che rispettino la sostenibilità ambientale.

Il problema, tuttavia, non è soltanto quello di scegliere i settori ai quali destinare gli investimenti ma soprattutto decidere per ognuno di essi su cosa puntare, senza dimenticare che con tutta probabilità dobbiamo prepararci ad affrontare nei prossimi mesi, forse anni, nuove situazioni di emergenza sanitaria. Prendiamo ad esempio la riqualificazione degli edifici scolastici esistenti: possiamo sperare che gli investimenti riguarderanno anche interventi destinati a realizzare adeguati impianti di climatizzazione e ventilazione, tuttora del tutto assenti nella stragrande maggioranza dei casi? Siamo consapevoli che soltanto in questo modo sarà possibile garantire, sia nel breve che nel lungo periodo, la salute dei nostri ragazzi e, quindi, delle nostre famiglie? Oppure saremo costretti a seguire la raccomandazione di aprire le finestre delle scuole per diluire la carica virale?

Per quanto riguarda le strutture ospedaliere, è invece da augurarsi che si punterà finalmente su interventi destinati soprattutto alla realizzazione di nuovi reparti dedicati alle terapie intensive e alla degenza e cura degli infettivi, oggetto di scriteriati tagli della spesa pubblica negli ultimi anni.

Purtroppo finora su questi aspetti il silenzio è stato assordante, coperto dalle tante chiacchiere su accessi, distanziamento e organizzazione dei flussi interni.

Il compito è sicuramente arduo, soprattutto perché questo piano di investimenti deve essere progettato in tempi rapidi e soprattutto realizzato nel nome della qualità delle opere pubbliche, evitando di pagare il dazio del sistema degli appalti al massimo ribasso che tanti danni ha finora provocato.

Ma, come dice il nome stesso del fondo per la ripresa (Next Generation EU), non possiamo fallire dato che ora è davvero in gioco il futuro delle prossime generazioni.

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